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La storia di Alessandro Magno e Dario nell’opera di Paolo Veronese

C’è una storia che a me piace molto raccontare. Questa: Alessandro Magno, dopo aver sconfitto l’ultimo re achemenide Dario nella battaglia di Isso, se ne sta a riposare nella sua tenda. All’improvviso un soldato lo sveglia per informarlo che Sisigambi, madre di Dario, piange disperata la morte del figlio, e con lei la moglie Stagira e i suoi piccoli figli.

Alessandro si presenta immediatamente dalla madre di Dario accompagnato dall’amico Efestione. La donna s’inginocchia davanti a Efestione scambiandolo per Alessandro. Un uomo cerca di ovviare dicendo all’anziana donna che Alessandro non è lui ma quello di fianco. A questo punto il grande condottiero macedone si rivolge alla donna dicendole: “Chiunque egli sia è comunque un Alessandro”, aggiungendo che la vittoria nei confronti di Dario non avrà ripercussioni sulla loro vita e dimostrando allo stesso tempo umiltà e rispetto nei  confronti di persone che nulla hanno a che vedere con la guerra che i due uomini stanno combattendo.

Questa la storia.

Paolo Veronese la rappresenta ambientandola non dentro un accampamento di guerra, ma in un palazzo patrizio veneziano gremito di figure  -tutte elegantemente vestite- che  richiama le architetture di Andrea Palladio.

Il committente di quest’opera si chiamava Francesco Pisani, un nobile veneziano della seconda metà del Cinquecento.

Come ci si pone davanti a un dipinto di così? Quali sono i livelli di lettura? Ne indico tre.

Primo livello: identificazione del soggetto attraverso gli elementi descritti dal pittore (in questo caso il titolo aiuta).

Secondo livello: interpretazione di ogni singolo elemento descritto nel quadro (analisi iconografica) per una lettura più approfondita.

Terzo livello: significato dell’opera con riferimento al contesto storico in cui è stata realizzata.

Dei tre livelli quest’ultimo è quello che più ci interessa. Nella cultura umanistica del cinquecento, Alessandro Magno, non è visto come il condottiero invincibile, ma come l’uomo dalle grandi virtù. Francesco Pisani chiede a Paolo Veronese un’opera che appaia come manifesto per le generazioni successive, un’opera che aldilà della bellezza apparente nasconda un significato ben più profondo: la grandezza di un uomo sta nella sua virtù e non nei territori conquistati. Questo il concetto di fondo.

È un’opera concettuale quindi? Certo, nella misura in cui il committente ha voluto lasciare un messaggio attraverso l’uso delle immagini e non delle parole.

È Arte Concettuale quindi? No, perché l’Arte Concettuale nasce negli anni Sessanta del Novecento sulla scia del Minimalismo.

Per passare da un’opera che esprime un concetto all’Arte Concettuale vera e propria, devono passare quindi parecchi secoli. Nei prossimi post, se vi fa piacere, si potrebbe affrontare un viaggio attraverso questo lungo spazio temporale, per arrivare all’Arte Concettuale, ma soprattutto ai linguaggi del Novecento.

Che non si possono capire, se non analizzando il ruolo che l’arte ha avuto nel tempo.

Carlo Vanoni

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